C’è solo la strada

La più elementare e semplice forma di collettività è la famiglia. Prima delle associazioni quotate in borsa, prima delle associazioni di consumatori, prima della federazione italiana gioco brighe c’è la famiglia. Checche ne dica Giovanardi, Famiglia si può declinare in molti modi: fra un uomo e una donna, fra un uomo e un altro uomo, fra una donna e un’altra donna. Quello che fonda la famiglia è l’amore, non giochi di palazzo, di potere o legislativi da quattro soldi. Sarebbe fantastico nascere in una famiglia perfetta, con padre e madre usciti direttamente dalla copertina di famiglia cristiana, in un attico mozzafiato, sotto il cielo stellato d’agosto. Ma non è sempre così. Dio, checchè ne dica Ratzinger, nella sua infinita imperscrutabilità ha fatto un infinità di boiate e fra queste si è inventato pure l’amore omosessuale. Se poi questa unione non è regolamentata dalla nostra società di diritto non è colpa sua. Lui quello che doveva fare l’ha fatto. Ha pure mandato su questa terra suo figlio a correggere le sue boiate e noi glielo abbiamo crocifisso. Quindi..
Nella famiglia si cresce, si affina il pensiero e ci si prepara a gettarsi nella mischia. Nella famiglia si impara a difendersi, perché Dio, sempre quello, quello che Giovanardi crede di essere l’unto, ha creato fra gli altri, padri alcolisti che godono ogni notte ad accarezzare vigorosamente la schiena di figli e mogli prima di andare a dormire. Nella famiglia si affilano i denti. Guai se non lo si facesse. Nella famiglia si discute, si guarda la tv, si allevano gatti, criceti e conigli. Nella famiglia si mangia, si digerisce e come diceva Gaber si caca in famiglia. Tutti insieme. Nella famiglia si fa tutto questo o meglio si dovrebbe.
La nostra società è in difficoltà perché la nostra famiglia è in difficoltà. C’è qualcosa di perverso nelle nostre famiglie. Le nostre famiglie sono diventate incubatori di paure. Passate, presenti e future. Paura di non avere una casa, paura di non avere qualcosa da mettere sotto i denti, paura di non sapere controllare la realtà. Paura oserei dire da telecomando. Schiavi di immagini, soffuse e scolorite, di famiglie realizzate, felici e contente, che consumano, viaggiano e comprano a nostro discapito. Un po’ alla Marcovaldo. Sperduti, annientati, impotenti.
Quello che rimane della famiglia è uno scheletro vuoto, incapace di educare ma pronto a mettere all’indice, a sofisticare, a corrompere la realtà. E allora ogni cosa diventa un incubo, un fluido malefico da cui scappare più velocemente possibile, l’università, la politica, la natura.
Così si cresce nella indifferenza, nell’incapacità di sorridere e di guardare in faccia i problemi. Come si fa a partecipare, a credere, a sostenere un istituzione pubblica se non si è in grado di capire cosa vuol dire essere membro di una famiglia?
C’è bisogno di rinnovamento, di ringiovanire l’abito, di ridare forza vitale all’emblema primordiale del vivere in comunità, ripensare i rapporti basilari fra individuo e genitore e individuo e fratello. C’è bisogno che il focolare domestico torni ad ardere di una luce viva e luccicante.
Che le madri smettano di piangere per il futuro dei loro figli mentre gli portano la colazione a letto.
E non c’entra nulla nè Brunetta nè il defunto Padoa Schioppa.
Che i padri la finiscano di vedere e provvedere.
Bisogna fargli capire che lavorare alle poste non è propriamente il lavoro più bello del mondo.
Che i figli capiscano che basta un piccolo salto, per lasciarsi il nido alle spalle e volare via lontano.
Magari all’inferno.

C’è solo la strada su cui puoi contare. La strada è l’unica salvezza…

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