Cinesi contro il resto del mondo

Cinesi contro il resto del mondo

Lavoro da quasi un anno a Pechino. Nello studio di uno dei più promettenti architetti internazionali. Se non fosse che con il paese di mezzo ho ormai una certa dimestichezza, non smetterei mai di stupirmi su ciò che mi tiene in serbo l’esperienza china.
La Cina del 2011 è la terra del possibile. Un po’ New York di inizio ‘900, un po’ Parigi di metà ottocento. Vi accorrono professionisti da tutti le parti del mondo, sospinti dalla grande crisi finanziaria ed economica che ha colpito l’Occidente.
Ho vissuto a Melbourne, Buenos Aires, Milano, Zurigo e Roma. Ma quello che accade qui non l’ho mai visto in nessun altro luogo.
E’ qualcosa di più, è pura energia.
E’ qualcosa di più, al di là degli stereotipi.
Post-Comunismo e Capitalismo rampante si urtano continuamente provocando scintille.
Da un lato antichi apparati di regime, consumate immagini di Mao, dall’altra consumismo sfrenato e voglia di spendere. Su tutto la smania di emergere da parte di un popolo di un miliardo e mezzo di persone che diventa ogni giorno più cosciente della propria importanza sia politica che economica.
Sulla composizione del mio studio si potrebbe scrivere un trattato di sociologia o di antropologia.
Il personale si divide in due squadre distinte. Da una parte i cinesi, dall’altra il resto del mondo.
Le due fazioni si guardano, si studiano, si mescolano a fatica.
Il team che parla mandarino, ha un grande difetto, la lingua. Una cantilena che piano piano anche se non la si comprende ci si fa l’orecchio.
Il misunderstanding in Cina è il caposaldo della comunicazione. In ufficio, dal panettiere, sul taxi. Le incomprensioni linguistiche producono situazioni drammatiche e paradossali. Dettaglio inquietante per chi è chiamato alla progettazione di edifici che un giorno dovranno essere abitati da migliaia di persone.
Gli architetti cinesi sono gran lavoratori, chiamano il capo maestro. Sono pronti a fare qualsiasi cosa, a lavorare ininterrottamente giorno e notte senza fiatare. In studio gira la leggenda che un dipende abbia lavorato su un render per tre giorni di fila senza alzare la testa dallo schermo. Alla consegna del lavoro si è adagiato a letto e non si è più risvegliato. E’ una leggenda nera, ma non stento a crederci.
I cinesi hanno un grande deficit, mancano di creatività e iniziativa. Tanti anni di regime comunista devono aver lasciato il segno. Non solamente le Tv berlusconiane fanno danni irreparabili.
A parte il boss, che si è formato negli States e in Europa, gli altri sono formidabili nella ripetizione di operazioni codificate ma restii a conferire al proprio lavoro una componente personale che la renda riconoscibile.
E’ difficile che un mio collega cinese abbia una coscienza critica propria, difficilmente riesce ad andare oltre il canone estetico che gli è stato insegnato, non osa contraddire il capo o a suggerire proposte alternative. Il tutto è accompagnato da una scarsa dimestichezza con l’estetica. Si potrebbero scrivere interi tomi sul kitsch cinese, in cui la triste austerità del regime passato, il sogno attuale di un lusso sfrenato e il sincretismo di culture contrastanti provocano esempi di rara bruttezza.
I miei compagni di squadra invece provengono da LA, dalla Grande Mela, dalla City, dall’ immancabile Italia, dalla emancipata Corea del Sud, dalla pur sempre British Honk Kong, dalla ripulita Singapore. Siamo tutti nella stessa barca, siamo qui per necessità e voglia di farcela.
Non capisci bene cosa vuol dire Occidente fino a quando non sei stato in Oriente. Non capisci cosa vuol dire veramente essere Europeo fino a quando non siedi fianco a fianco con un belga e un inglese e ti accorgi che le differenze nazionali sono minime rispetto alla cultura chiassosa che si riversa fuori dal nostro studio. E’ qui che comprendi che hai senso solo in quanto Europeo, e che come italiano non hai alcun peso. Vallo a spiegare ai Leghisti, che il Federalismo polverizzante che propongono aveva senso ai tempi del Gran Ducato di Toscana, ma che adesso il mondo si va via via, organizzando per macro aree.

Gli occidentali del mio studio, non sono semplici architetti sono surfisti, intellettuali, fotografi, immigrati, per lo più trentenni ma c’è anche Florian, tedesco di 45 anni il cui studio di architettura è stato spazzato via dalla crisi. Si è trasferito qui per monetizzare il suo bagaglio di esperienza, matrimonio alle spalle e figlia a carico in Germania.
La compagine in cui gioco è molto frizzante e competitiva: ci sono i superuomini figli delle cazzute università ameriane che Ipad alla mano ti mostrano render che ti fanno lacrimare gli occhi, e poi ci sono io, italiano tradizionalista, super old school. Cerco di tenermi a passo con i tempi e per farmi forza mi collego il Corriere e La Repubblica on-line e realizzo immediatamente che qui non si sta poi così male.
La mia esperienza nell’architettura globalizzata cinese continua così, in uno studio che prende sempre più le sembianze di un terminal di un aeroporto internazionale. Professionisti di ogni provenienza corrono da una parte all’altra, mescolando le proprie esperienza, in prenda all’euforia e al terrore di perdere il prossimo aereo.

Fronte B

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