All’apparenza identici

Storie di un bravo e di un cattivo ragazzo

All’apparenza identici

I tre anni delle medie l’ho trascorsi sdraiato sul letto ad arrovellarmi su nuove bestemmie da coniare e tramandare ai posteri. Mio fratello invece a fare esercizi di analisi logica. Al primo anno di liceo mi parlava di Euripide, Sofocle, e Aristofane. Io che ho sempre parlato poco gli rispondevo con neologismi derivati dalla mia particolare forma di erudizione. In quegli anni ho iniziato a rappresentarmi Dio, di volta in volta sottoforma di castoro, lontra, aspirapolvere e frigorifero.
Quando mia madre andava a parlare con i suoi professori, tornava a casa, si rimboccava le maniche e si metteva a impastare la pasta per la pizza. Il nostro piatto preferito dell’epoca. Quando tornava dal colloquio con i miei, si chiudeva in camera e non smetteva di piangere fino a cena.
All’università tutto cambiò. Non troppo a dir la verità. Anzi per nulla. Mio fratello si trasferì in Svizzera per studiare architettura. Aveva casa in un piccolo paesino del Canton Ticino, tanti amici della provincia di Milano e un sacco di idee. Io invece economia a Tor Vergata, casa sulla Casilina, pochi amici, per lo più Calabresi e di idee nemmeno a parlarne. Che forse, detto tra noi, è anche meglio. Il secondo anno emigrò in Australia per lavorare. Imparò l’inglese e visto da vicino aborigeni e canguri. Io quello stesso anno sbarcai in Irlanda. Grandi serate, canne e birre spettacolari. Il tutto rigorosamente in compagnia di italiani. Il quarto anno lui si trasferì in Argentina. Imparò lo spagnolo, girovagò per l’America latina, e in cuor suo si sentiva un po’ Ernesto Guevara de la Serna a cavallo della sua Poderosa. Io il quarto anno feci l’erasmus in Spagna. Non imparai una parola di spagnolo, eccetto demasiado ed entonces e rientrai in Italia dopo tre mesi. Causa rottura mandibola. Niente di grave, un ragazzo mi trovò a letto con la sua ragazza e io nel tentativo di spiegargli l’accaduto inciampai sul comodino. Cose che succedono.
Mio fratello all’università è sempre stato un treno. Si è laureato in tempo e si è messo a lavorare subito con un dei più grandi architetti italiani. Anche io all’università ero un treno. Però della TAV tratta Torino – Lione. Gran parte del tempo l’ho trascorso a giocare a tressette e gli esami li passavo con diciassette e due figure. Ho impiegato sei anni per prendermi una triennale con un onestissimo 78/110esimi. Solo alla fine ho realizzato quanto fosse interessante l’economia. Se non fosse stato per mio fratello che mi ha aiutato a passare gli esami d’inglese e spagnolo, non mi sarei mai laureato. E le chiamano idoneità.
Ora mio fratello vive a Pechino e lavora per uno dei più grandi studi di architettura di tutta la Cina. Uno di quei studi che per capirci, rade al suolo un intera area metropolitana di hutong e drizza su palazzi di centottanta piani. Il tutto in tre ore e mezza. Lavora sedici ore al giorno, senza tredicesima, quattordicesima, ne tantomeno ferie pagate. Non è sfruttato ne malpagato. Non naviga nell’oro e non è figlio unico. Ascolta radio radicale. Una volta era un fervente berlusconiano. Adesso prende qualche lezione di cinese, va ghiotto di Stinky tofu e di Berlusconi non ne parla più. Anzi.
Io faccio il cameriere par-time al centro di Roma. Ho tredicesima, quattordicesima e ferie pagate. Condivido una casa sulla Tuscolana con un barman capoverdiano, un doppiatore precario e un impiegato di Castellammare. Se anche lui sia precario non l’ho mai capito. Forse lo è il giusto, quanto basta. Mi sono riscritto all’università, filosofia. A dir la verità non mi importa molto di Aristotele e Platone, ma quella mia passione iconografica verso Dio non mi è mai passata. Però non bestemmio più. E un po’ sinceramente me ne vergogno.
Mio fratello ed io siamo gemelli. Ciò significa che siamo venuti al mondo uno un secondo prima, l’altro un secondo dopo. Siamo stati per nove mesi nello stesso spazio buio, cresciuti nella stessa famiglia e avuto le stesse identiche possibilità. Entrambi abbiamo scelto ciò che ritenevamo più giusto. Adesso ci troviamo dove bene o male abbiamo con fatica scelto di essere.

Fronte A

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