Il concorso della vita

Se c’è una cosa che caratterizza il mondo dell’architettura è la competizione. Quando vengono indetti concorsi internazionali per edifici che diventeranno le icone delle città del futuro, ogni studio che conta vuole vincere.
Quando nel mio ufficio si sparse la voce che eravamo uno dei venti studi selezionati per partecipare al concorso del nuovo museo di arte moderna di Pechino, un lungo urlo liberatorio uscì dalla finestra del nostro loft, sorvolò i tetti degli hutong circostanti, e andò a schiantarsi contro le mura della città proibita. Progettare un bestione di 130 000 metri quadrati non capita tutti i giorni. Escogitare una struttura infernale che accolga tra le sue membra opere degli artisti più in voga ai nostri giorni era un impresa allettante come poche. Qualcosa di grande, sia per le finanze dello studio sia per l’ego del suo titolare.
Mai un concorso di tale importanza era stato bandito nella terra di mezzo per un museo nazionale. Non era uso consolidato in Cina rinchiudere le opere d’arte in uno spazio chiuso. Siamo noi che abbiamo portato dall’ occidente il gusto un po’ chic di rinchiudere le opere d’arte in gabbie.
Il maestro, incominciò a spremersi le meningi. Per giorni ciondolava in lungo e in largo avvolto nel suo plaid, un po’ Charlie Brown un po’ Lord Fener. Schivava i nostri tavoli, cercando quel quid di diabolico che rendesse unico il progetto.
Con mio grande stupore ero stato scelto a far parte della squadra. Eravamo in tutto sette.
Ci deportarono nella sala meeting del secondo piano e ci impartirono le regole da seguire per poter partecipare a l’“impresa”. Il progetto era top secret. Non avremmo potuto parlarne con nessuno. Lo spionaggio industriale in Cina è un problema serio. Il terrore che qualcuno avesse potuto copiare il design del museo e passarlo a qualche concorrente era il primo problema da risolvere. Per un mese avremmo dovuto dimenticarci i sabato e le domenica. La settimana composta soltanto da lunedì. Per un mese quei venti metri quadrati sarebbero stati il nostro domicilio. Un po’ casa del grande fratello con pochi agi e un solo stanzino grigio dove ci era consentito fumare.
Il team variegato e ben assortito. Kasil famiglia indiana trapiantata in USA, studi newyorkesi ed esperienze lavorative in importanti studi americani, Jane coreana di Seoul, studi a Los Angeles e marito Californiano, Geraldine originaria di Hong Kong studi a Preston e in Germania con una parentesi in un importante studio Svizzero, Shan Lee cinese ma con background culturale occidentale esperta in comunicazione, Zao Wei cinese al 100% un androide instancabile, parlava solo il mandarino e riusciva a comunicare con il linguaggio dei sordomuti, e poi ci sono io mamma siciliana e papà romano, studi in Svizzera, discreto inglese con immancabile accento italiano.
Il lavoro era mastodontico. Dopo 20 giorni il concept era pronto e partimmo con la fase di produzione. Jane ed io ci occupavamo dello stesso compito: risolvere le piante del museo. Per chi non ha dimestichezza con l’architettura risolvere una pianta significa farla funzionare, comporre in maniera virtuosa le relazioni tra i vari ambienti dell’edificio. In poche parole si tratta di trasformare un’idea astratta in uno spazio realizzabile e vivibile.
Gli orientali sono immensamente più rapidi, pragmatici e diretti degli occidentali. Jane sfornava piante ad un ritmo impressionante. Per ogni mio disegno lei ne aveva già fatti cinque o sei. Lei veloce e produttiva, io pignolo e intransigente.
In molte cose la cultura americana è più vicina a quella orientale più di quanto non lo sia a quella europea. Gli Yankee come i cinesi hanno uno spiccato spirito di gruppo, riescono a comprendere le potenzialità del lavorare in team mentre gli europei e soprattutto gli italiani sono individualisti, cercano di fare affidamento esclusivamente sulle proprie forze .
Sentivamo su di noi una grandissima pressione. L’indo americano Kasil per la voglia di riuscire e dare il massimo era capace di non dormire per due giorni di fila. Se mangiava lo faceva in quei pochi minuti che chiudeva gli occhi. Non capivo come restasse fresco e pimpante, io dormivo tre o quattro ore ed era come vivere in un limbo in cui non si distingueva più il giorno dalla notte. A posteriori ho scoperto che faceva uso di droghe. Trucchi del mestiere!
Il maestro controllava tutti i disegni puntigliosamente, non l’avevo mai visto così emotivamente coinvolto. Era la priva volta che era stato invitato alla progettazione di uno degli edifici simbolo della città di Pechino. La città in cui è nato.
Ragazzo degli hutong, cresciuto al tramonto della rivoluzione culturale. E’ riuscito a crearsi uno stile e un proprio linguaggio capace di parlare non soltanto ai suoi connazionali ma a anche al resto mondo.
Dopo gli sforzi consegnammo il materiale prodotto. Fu un successo, i capi erano entusiasti. Il risultato poteva competere con gli altri studi.
Siamo ancora in attesa del verdetto. Non so se abbiamo probabilità di vittoria, so soltanto che in questo ultimo mese ho dormito poco. E quel poco mi bastava, almeno credo.

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